Cari dirigenti,
continuiamo il filo del nostro discorso sull’educatore che abbiamo iniziato due settimane fa. Dopo averne tratteggiato l’identità, oggi entriamo nella “fatica” vitale del suo compito. Educare è definita un’“arte improbabile” perché non ha garanzie: si confronta con la libertà dei giovani, che non sono robot da programmare ma vite uniche da accompagnare.
L’educatore CSI accetta la sfida di restare “disarmato”, consapevole che la sua forza non sta nel controllo o nell’autoritarismo, ma nella capacità di proporre mete alte. Non cerchiamo l’obbedienza di “mummie”, ma la vitalità di persone libere. Per farlo, però, il testo ci lancia un monito severo: non si può essere esigenti con i ragazzi se non lo si è prima con se stessi. Siamo noi la prima “meta” a cui i giovani guardano per trovare un senso al loro agire.
Leggi in allegato la pillola n.7.

