“Una Quaresima di impegno dedizione, allenamento a migliorarci”

Così, don Luca Meacci, ha stimolato i fedeli nell’omelia della Messa del Mercoledi delle Ceneri, celebrata a Santa Maria Annunziata in Borgo, alla presenza di dipendenti, dirigenti, collaboratori e amici del CSI. Nel cammino di Quaresima a ciascuno è stata offerta una frase con la Parola di Dio.

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“Una Quaresima di impegno dedizione, allenamento a migliorarci”

Il 18 febbraio, mercoledì delle Ceneri l'assistente ecclesiastico nazionale don Luca Meacci ha celebrato a Roma presso la Chiesa di Santa Maria Annunziata in Borgo, sul retro del palazzo della Presidenza Nazionale, la Santa Messa con la Presidenza Nazionale CSI, i suoi dipendenti ed i collaboratori.

Quaresima è un tempo che la liturgia definisce “forte”. Questa l’introduzione di don Luca nel corso della sua omelia. Ma proviamo a declinare questo aggettivo per cogliere la verità che qualifica il cammino quaresimale, senza avere la pretesa di essere esaustivi, perché la ricchezza spirituale che promana da questo tempo particolare della liturgia, non può essere contenuto nel tempo di una omelia.

 È un tempo forte perché ci offre l’opportunità di fermarsi, di sostare, di rallentare i nostri ritmi. Siamo talmente presi e coinvolti dai nostri impegni che i ritmi della vita, ci portano a calpestare persone, relazioni, interessi, situazioni….

 È un tempo propizio per la nostra conversione, pertanto, è un cammino di verità su noi stessi, per ricercare la nostra vera identità.

 Un tempo forte perché siamo sollecitati ad “abitare” la Parola di Dio: non farla scorrere, come pioggia sull’ombrello, ma lasciarsi bagnare, inzuppare fino alle giunture, perché ci liberi dalle nostre resistenze all’azione dello Spirito di Dio.

 Un tempo che ci invita a non accontentarci di “un mediocre pareggio” (come ci disse al settantennio del CSI Papa Francesco), ma di puntare al risultato migliore, al meglio di noi stessi, per riconoscere le nostre innumerevoli qualità.

 Un tempo forte perché si presenta a noi come una sorgente silenziosa che dona ristoro dopo un lungo cammino, una sorgente che disseta tutte le nostre seti di verità e di giustizia.

 Forte, non sta a significare che è un tempo per diventare più forti fisicamente, ma perché dobbiamo imparare a lasciarci amare da Lui, ed è per questo che non dobbiamo nascondere le nostre fragilità, ma riconoscerle come luogo in cui Dio desidera posare la sua mano.

Le nostre fragilità mettono in evidenza il nostro limite, ma proprio questo, Papa Leone, lo riconosce come un “luogo” da abitare. Così come ha scritto nella lettera “La vita in abbondanza”, quando sottolinea che lo sport educa ad un rapporto sereno con il limite e la norma: “Il limite è una soglia da abitare: è ciò che rende significativo lo sforzo, intellegibile il progresso, riconoscibile il merito. La norma è la “grammatica” condivisa che rende possibile il gioco stesso.”

 Queste parole del Papa ci aiutano a cogliere, in modo rinnovato, quelle pratiche penitenziali tipiche della Quaresima come il digiuno, l’astinenza, l’osservanza della Parola di Dio: non solo mortificazione, ma mi verrebbe da dire, non più mortificazione del corpo, ma impegno, dedizione, allenamento al nostro miglioramento.

 Prendendo qualche spunto dalla Parola di Dio che è stata proclamata, in modo particolare il testo del profeta Gioele, possiamo affermare che questo tempo ci chiede di camminare non da soli.

La prima lettura ci chiedeva di radunare il popolo, indire un’assemblea, chiamare i vecchi, riunire i fanciulli, i bambini i lattanti……tutti coinvolti! Segno che questa è una chiamata comunitaria. Quindi il nostro essere qui insieme, dice il nostro essere un popolo che Dio vuole plasmare di nuovo.

 Tutta la vita è una chiamata a conversione, perché quando Dio convoca, ogni cosa trova la sua collocazione, tutti troviamo il nostro posto conforme alla forma che Dio ci ha dato.

 Il pianto dei sacerdoti, non è lo sfogo triste di qualcuno che piange sulle proprie ferite o miserie, ma è un pianto liturgico, un pianto di intercessione di chi è posto a servizio del popolo. Qui si parla di sacerdoti, ma può essere benissimo applicato ad ogni ruolo, funzione, servizio.

 Il profeta invita a chiedere perdono a Dio, ma non è una richiesta motivata dalla paura, non si ha paura di Dio, di un Dio che offre la vita del Figlio per la nostra salvezza. Vogliamo chiedere perdono a Dio perché lo amiamo e siamo certi del suo amore verso di noi. La richiesta di perdono nasce dal fatto che siamo chiamati a mostrare al modo il volto di Dio. Pensiamoci bene…che bella responsabilità. Abbiamo questa alta vocazione, perché il mondo non dica: “Dov’è il loro Dio?”.

 Quindi la conversione richiesta, nasce dalla necessità di essere siamo chiamati a portare il vero volto di Dio. Il testo del profeta si chiude non con un rimprovero, ma con la compassione di Dio: “e si muove a compassione del suo popolo”.

Il pianto dell’uomo incontra l tenerezza di Dio. Quindi la Quaresima non è il teatro dei nostri sforzi per compiacere Dio, per dimostrare qualcosa a Lui, ma è il tempo in cui Dio si rivela misericordioso, tenero, prossimo.

Questo tempo forte, segna l’inizio di un cammino dove Dio abita la nostra vita.

 Dopo la benedizione, don Luca ha invitato tutti i fedeli presenti a ritirare un bigliettino dove era riportata una frase della Parola di Dio: come segno di accompagnamento al cammino quaresimale, con l’accortezza di non scegliere il biglietto, ma di prenderlo casualmente, poiché è la Parola ad arrivare nella nostra vita.