Riforma-Sport: ancora più incertezze che sicurezze

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Riforma-Sport: ancora più incertezze che sicurezze

Lo sforzo di regolarizzare il lavoro sportivo va osservato con il dovuto rispetto e inserito in un più ampio orizzonte di ammodernamento delle norme che disciplinano l’attività sportiva nella sua più vasta accezione. L’atteggiamento di principio deve essere di correttezza e disponibilità a contribuire, nel dibattito in corso, alla formulazione di una legge complessivamente giusta, equilibrata e che favorisca l’impegno di chi opera per il bene dello sport per tutti e non soltanto di quello per gli specialisti. Definiamo subito lo sport di base, non come marginale, ma con caratteristiche specifiche e importanti nella vita sociale della nostra comunità.

Oggi purtroppo è palese che la gestione dell’attività sportiva è sempre più complicata, con il serio rischio che fiscalità, legalità, polizze assicurative oscurino il senso primario dello sport di base: accoglienza, aggregazione, socializzazione, prevenzione sociale e sanitaria. È un problema che sta mettendo in crisi molte realtà del volontariato e dell’associazionismo, che in Italia, a parole e meno con i fatti, sono un patrimonio da tutelare.

Preoccupa molto, in questa prospettiva, il rischio che non siano confermate alcune agevolazioni in merito alla cosiddetta riforma dello sport e di cui tanto si sta parlando sui social e in occasione dei numerosi appuntamenti di approfondimento che si stanno organizzando in tutta Italia; così come non rassicura che, a poco più di un mese dal 1° luglio, la data in cui la riforma sportiva entrerà in vigore, le incertezze siano molto più numerose delle sicurezze. La peggior cosa ipotizzabile è il rischio che si possano sentire inadeguati i tanti preziosissimi dirigenti sportivi, spesso volontari e appassionati. Presidenti o comunque responsabili, sulle loro spalle vivono le Società Sportive, garantendo attività sportiva anche nel più piccolo Comune o nel più sperduto dei quartieri cittadini. Di ciò sono fortemente preoccupato, perché non possiamo lasciarli soli, visto che sono le colonne della società civile prima ancora che sportiva. Dobbiamo quindi far in modo che i direttivi delle società possano impiegare il proprio tempo nella cura di ragazze e ragazzi e non siano costretti a dimenarsi fra portali, a riempire scartoffie buone per fare statistica, ma non per offrire un luogo sicuro per la formazione e l’educazione dei più giovani.