Il nostro cartellino “azzurro” non punitivo ma educativo

Condividi:
Il nostro cartellino “azzurro” non punitivo ma educativo

Leggo in questi giorni con interesse che il prossimo 2 marzo, in una riunione prevista in Scozia, i regolatori dell’IFAB (International Football Association Board), l’organismo che ha il compito di stabilire le regole internazionali del gioco del calcio, potrebbe introdurre l’uso, nel corso delle partite, del “cartellino blu” in aggiunta ai classici cartellini giallo e rosso. Da quanto si apprende dalla stampa, l’ispirazione guida di questa nuova regola sarebbe il “sin bin” del rugby o dell’hockey, ossia la “panchina dei cattivi”. In caso di proteste reiterate o di fallo non così grave da essere punito con una espulsione definitiva, l’arbitro può invitare il giocatore a uscire temporaneamente dal campo e rimanere seduto una decina di minuti a riflettere. I commentatori sportivi si chiedono: visto che l’espulsione temporanea è in uso da parte di alcune leghe minori calcistiche gallesi, con risultati positivi, perché, allora, non allargarlo anche al “calcio che conta”?

Rimanendo in Italia si sarebbe potuto scoprire facilmente e dare atto che il CSI ha introdotto una ventina di anni fa il cartellino azzurro, con delle casistiche e finalità ben più valide. Fu una scelta, infatti, che rientrava nel progetto educativo del CSI che, tenendo fede alla sua natura di Associazione che propone sport educativo e formativo, tendeva ad includere, accogliere, correggere e, non ultimo, a porre l’arbitro in condizione di mandare un segnale senza escludere ed allontanare subito un giocatore dalla partita. L’intuizione del CSI era sull’importanza di avere a bordo campo una sorta di “panchina della riflessione”, e non di creare una “panchina dei cattivi”. Sottolineo, inoltre, essendo un progetto legato a valori educativi, che l’uso del “cartellino azzurro” da parte degli arbitri di calcio del CSI non è obbligatorio in tutti i Comitati, ma evidenzio che questa regola è attuata in tutta Italia nella stragrande maggioranza dei campionati calcistici del CSI.

Non ha importanza, in questo contesto, rivendicare una specie di primato nella gestione di uno sport, il calcio, che coinvolge e appassiona milioni di persone in tutto il mondo. Più semplicemente mi sta a cuore richiamare l’attenzione sulle potenzialità di una proposta sportiva pensata a misura di persona: non per il risultato, ma per far crescere, attraverso l’educazione e la formazione dei ragazzi, il senso di comunità. In tempi di imperante e devastante individualismo, mi sembra davvero un bel messaggio.