Caro energia, il CSI al fianco dei gestori: «Se chiude una piscina, una comunità perde un pezzo di salute»

Il Centro Sportivo Italiano sostiene l'allarme lanciato da CONGEPI e chiede che al Tavolo di crisi nazionale siedano anche le associazioni sportive che ogni giorno tengono aperti gli impianti.

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Caro energia, il CSI al fianco dei gestori: «Se chiude una piscina, una comunità perde un pezzo di salute»

Elettricità quasi raddoppiata in dodici mesi (+91,9%), gas aumentato di oltre il 125%. Sono questi i numeri dell'emergenza denunciata la scorsa settimana da CONGEPI (Confederazione Nazionale Gestori Piscine), che ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per l'intero settore natatorio. Il Centro Sportivo Italiano condivide l'allarme e si schiera accanto ai gestori, a partire dalle tante associazioni e società sportive dilettantistiche della propria rete che gestiscono piscine e impianti sul territorio.

«Non è una crisi di settore, è una crisi sociale», dichiara il Presidente nazionale del CSI, Vittorio Bosio. «Dietro ogni piscina ci sono bambini che imparano a nuotare, anziani che fanno attività motoria, persone con disabilità che trovano in acqua uno spazio di autonomia, ragazzi che si allenano. In molti casi a reggere tutto questo è un'associazione sportiva, con dirigenti spesso volontari, che oggi si trova a pagare bollette doppie con le stesse entrate di un anno fa. Così non si va avanti».

Il CSI sottolinea un aspetto che rischia di restare in ombra: una parte rilevante degli impianti natatori italiani è affidata in gestione ad ASD e SSD, spesso in convenzione con i Comuni e con tariffe calmierate proprio per garantire l'accesso a tutti. Per queste realtà le strade sono due, entrambe inaccettabili: scaricare i rincari sulle famiglie, aumentando le quote, oppure ridurre orari e servizi fino alla chiusura.

«Le nostre associazioni hanno già fatto tutto quello che potevano: efficientamento, riorganizzazione degli orari, sacrifici di ogni tipo», prosegue Bosio. «Ma non si può chiedere al volontariato sportivo di assorbire da solo un raddoppio dei costi energetici. Se si alzano le quote, il primo a rinunciare è chi ha meno, ed è esattamente il contrario di ciò per cui esiste lo sport di base».

Il CSI, tra i 14 Enti di Promozione Sportiva la cui attività natatoria è direttamente minacciata dalla crisi, sostiene la richiesta di un Tavolo di crisi nazionale presso la Presidenza del Consiglio, con i Ministeri competenti, ANCI e Conferenza delle Regioni, e chiede che a quel tavolo siano rappresentati anche gli Enti di Promozione e il mondo associativo. L'Ente indica tre priorità: ristori straordinari a copertura dei rincari già subiti, accessibili anche alle ASD e SSD che gestiscono impianti; il coinvolgimento dei Comuni proprietari per rivedere le convenzioni alla luce dei nuovi costi, senza far ricadere tutto sui gestori; un piano strutturale per la riqualificazione energetica degli impianti e l'utilizzo di fonti rinnovabili, con strumenti pensati anche per chi non ha la struttura di un'impresa.

«Lo sport di base è un servizio pubblico, anche quando a garantirlo è un'associazione», conclude Bosio. «Lo Stato lo riconosce a parole da anni, anche con l'articolo 33 della Costituzione. Questo è il momento di dimostrarlo con i fatti, prima che a pagare siano i bambini rimasti senza corso di nuoto e le comunità rimaste senza piscina».